La violenza e la Perla: è possibile andare oltre lo sportello psicologico?

 

 

 

La perla, come direbbe B. Cyrulnik, nasce da una secrezione che l’ostrica produce SE, ed è importante sottolinearlo, viene disturbata da un granello di sabbia. Essa ha già in sé quella sua capacità di reagire in quanto mollusco sano, nonostante o per fortuna, viva ogni giorno non aspettandosi necessariamente di ricevere il trauma del sassolino che entra. Il sassolino, granello che sia, a sua volta, può invadere lo spazio dell’ostrica, solo SE non sia troppo grande, da distruggerla.

L’ostrica ha già la capacità di reagire di fronte al trauma, ma si mostra resiliente solo in presenza di esso, seppur vivendo nel suo consueto habitat marino.

Naturalmente qualcuno potrebbe obiettare di non sentirsi ostrica o granello e indubbiamente entrare in relazione, è un fatto sistemico, complesso che richiede, all'interno di un processo resiliente, l’attivazione di molte risorse interne, non riducibili ad una semplice verbalizzazione che possa essere qui espressa in qualche riga ad uso del lettore, sminuendone così  il valore degli attori sociali coinvolti.

 Tuttavia non appare azzardato affermare che si sia da più parti sottolineata, rispetto alle persone vittime di dimensione traumatiche, la contrapposizione tra coloro che, nello sforzo di depatologizzare il paziente, esempio i pionieri della terapia familiare (resistendo alla cultura dominante della cultura psicoterapeutica individuale), hanno sottolineato il comportamento adattivo e le risorse presenti nella persona, resistenze bloccate, e coloro che, come  nell'approccio psichiatrico, hanno attribuito ai pazienti il concetto di malattia, fondato su una base genetica, quasi immodificabile.

 

Questo fronte contrapposto,  le cui rispettive visioni non sono prive di pro e contro, ha, tuttavia,  ostacolato i processi di integrazione fondamentali affinché si possano effettuare degli interventi guardando alla persona nella sua interezza. 

Se si parla di trauma e di resilienza, ancora oggi, al di là delle meravigliose cerniere rappresentate ad esempio dalla teoria dell’attaccamento della psicologia dello sviluppo, è possibile, a volte, osservare una difficoltà nel voler riflettere sul soggetto nei termini di diagnosi individuale, qualora si  decida di adottare un approccio che voglia far proprio, appunto, il dogma della depatologizzazione, con il grave rischio clinico di poter banalizzare le sofferenze della persona, quasi fosse corresponsabile della propria vittimizzazione, il che ovviamente non è.

La domanda, quindi, che ci siamo poste, era SE esistesse un modello valido per le nostre attività, in grado di dare corpo alla nascita di un protocollo di emergenza, un percorso resiliente per le vittime di violenza, un qualcosa che andasse oltre il concetto di sportello, termine, a nostro avviso, a volte abusato, forse anche da noi in alcuni contesti, vocabolo che non sempre conduce ad un pensiero rivolto ad un qualcosa che si apre, se, al contrario, volessi continuare a stare protetto nel mio guscio chiuso...

A tal proposito un modello che, a nostro avviso, merita di essere analizzato più da vicino, trasportandolo, in questa nostra progettualità, in un protocollo di intervento concreto del saper fare a favore del saper essere,  è il modello a sei fasi della resilienza, analizzato dagli autori, citati nelle fonti,  in uno studio che appare veramente integrante. 

Questo modello promuove sia i fattori di resilienza individuali (concedendo spazio al riconoscimento della sofferenza personale del trauma) sia i fattori di resilienza sociali (nel modello centrati sulla resilienza familiare che nel nostro gruppo spostiamo sul sociale), per abbattere lo stigma che il trauma produce, stimolando la chiarezza e la condivisione.

La non polarizzazione del modello teorico su punti estremi non integranti, consente, inoltre, di rivolgersi, potenzialmente, a tutte le fasce di età (dall'infanzia all'età adulta), rendendosi così ben applicabile e provando a collegare i contributi della letteratura sul trattamento del trauma, da un ambito strettamente clinico, focalizzato sulla cura del disagio, con gli studi più recenti della positive psychology, focalizzati sull'individuazione delle risorse per un reale sviluppo delle potenzialità dell’individuo.

Il modello, su quale vogliamo riflettere, prende in considerazione sei fasi che il nostro gruppo di lavoro, composto da una psicologa sistemica, un musico-terapeuta e una psicologa sociale, traduce nel Protocollo  di intervento P.E.R.L.A. (Protocollo di Emergenza sulla Resilienza per un Lasciare Andare),  a 6 incontri esperienziali più 1 di follow-up, con tutti gli esperti presenti in co-conduzione.

 

P.E.R.L.A. si definisce nella sequenza di FASI/INCONTRI ESPERIENZIALI così costituita: 

 

1° Fase riconoscere l'esistenza di un trauma irrisolto, riconoscere, e non è così ovvio, l'origine della sofferenza che il soggetto sta sperimentando = incontro esperienziale per noi vuole dire uso del Metodo del mandala delle stagioni per la misurazione del trauma, che poi verrà, nella discussione forse evocato accanto ad un riscaldamento attivo focalizzato sul respiro e sulla consapevolezza di piccoli movimenti, con l’Ausilio di Musica Recettiva.

2° Fase la messa in sicurezza della vittima, fermare il trauma = incontro esperienziale basato su un  percorso di condivisione  con il conduttore - tutore della resilienza, racconto e recupero delle emozioni per riconoscere la sofferenza, piangerla, superarla. Aree di crisi possibili su cui si interviene:  scompenso (perdita di controllo sulla sofferenza), ostilità (invadenza squalificante), il tutto accompagnato da una contestuale somministrazione di brani di Recettiva Autobiografica, riconoscimento dei propri legami e vissuti musicali, prima restituzione con impronta fisica sullo strumentario.

 3° Fase condivisione del dolore, dare le parole al dolore, Raccontarlo per Recuperare i vissuti di impotenza, terrore e solitudine = incontro esperienziale accompagnare il paziente al di là della narrazione, ricostruzione del percorso mentale sensazioni – emozioni – pensiero –azione attraverso l’uso del colore  (test scientifico dei colori di Luscher), l’utilizzo di strumenti analogici e la musica per una sperimentazione strumentale.

4° Fase costruire un racconto coerente ed equilibrato = incontro esperienziale,

Racconto sistemico scritto, su due fronti da ricostruire per 1) aiutare a sfuggire le polarizzazioni estreme,  2) implementare la rete affettiva del paziente  ascolto empatico, necessità di scoprire un senso, una coerenza che è la chiave dell’elaborazione del trauma. Il senso diventa motore di resilienza che consente un ponte tra le risorse personali, ambientali e rilancia, attraverso l’esperienza supplementare con l’argilla,  i termini progettuali di sviluppo per il ripristino e il recupero. 

5° Fase mai essere vittima,  aiuto e ascolto = incontro esperienziale, strumenti di valutazione della resilienza e attivazione psico-corporea, tramite uso del movimento e del suono; fattori di resilienza da riconoscere, con esercizi guidati, per poter essere attivati sono l’autostima, il locus of control interno.

6° fase riconciliazione non sempre possibile ma benefica = incontro esperienziale, in cui il  passato si lascia andare, identificandosi con il presente per guardare in modo rinnovato al proprio futuro,  qualcosa che spinge all'evoluzione, una riflessione emotiva portata dalla metafora dello stemma per dare fiducia, l’impulso ad una vita futura. Il percorso totale affronta poi una nuova improvvisazione Sperimentale con commistione dei vari materiali fisici e sonori, il feedback finale e la verbalizzazione.

7° Fase, il controllo: follow -up , dopo 40 giorni. Schede auto valutative e colloquio esplorativo per la verifica coerenza del progetto.

 

La capacità di scoprire un senso, una coerenza, vuole dire sostenere, come un’impalcatura la persona dal tentativo di appoggiarsi alle polarizzazioni estreme (la drammatizzazione  oppure l’autocolpevolizzarsi) affinché la vittima di violenza esca dalla situazione di impotenza di fronte al trauma ...

... Un visualizzare diversamente, attraverso un protocollo di rielaborazione del trauma, un’attivazione della propria Perla interna.

 

Parole chiave: reazioni post-traumatiche, riconoscimento del trauma, messa
in sicurezza, cordata di sostegno, mai essere vittima

 

 

NOTE SULLE FONTI:

Il modello a sei fasi a cui si fa riferimento nell'articolo muove le proprie riflessioni da “ Promuovere la resilienza “individuale sistemica”: un modello a sei fasi. Numero Monografico Psicobiettivo  Matteo Selvini, Anna Maria Sorrentino, Maria Chiara Gritti, Copia spedita alla Rivista, 1 ottobre 2012.

 

Altri libri, testi utilizzati come fonti bibliografiche:

Bandura, A. (1997) Self-efficacy: The exercise of control. New York: Freeman.

Bertetti, B. (2008) Oltre il maltrattamento: La resilienza come capacità di superare il trauma.
Milano, Franco Angeli.

Cyrulnik, B. (1999) Il dolore meraviglioso. Trad. it. Frassinelli, 2000.

Selvini, M. (1994), "Segreti familiari: quando il paziente non sa". In Terapia Familiare,
45, pp. 5-17.

 

Un ringraziamento è dedicato all'esperto Musicoterapeuta, alle sue riflessioni sulla Musicoterapia integrativa, nei protocolli di Angelo Molino, pp.86-107 in “Azioni Resilienti” per le organizzazioni di lavoro, una risposta alla crisi. Javier Fiz Perez, Flavia Maria Margaritelli, Nep edizioni, Roma, 2017. 

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