I flussi migratori e la mobilità globale: oltre la parola sicurezza esiste una risposta strutturale?
2 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

Mi interrogo spesso sulla gestione o non gestione dei flussi migratori extracomunitari, che rappresenta una delle sfide geopolitiche ed economiche fondamentali del nostro tempo.
Dal punto di vista professionale mi occupo di Persone e, sebbene non abbia competenze specifiche sull’argomento migrazione, sento di poter o dover esprimere la mia opinione, anche se, in questo scritto, mi tolgo i vestiti da Psicologa per restare una Persona che esprime la sua.
Per non stare su concetti teorici, spesso mi piace sperare ancora che, sui flussi migratori, si possa avere un approccio pragmatico, superando la narrazione dell'emergenza temporanea per analizzare le cause strutturali che spingono milioni di persone ad abbandonare i propri paesi d'origine.
Senza entrare troppo nelle percentuali di studio del fenomeno, assai complesso, i numeri descrivono una realtà drammatica.
Secondo il rapporto Global Trends dell'UNHCR, la cifra di persone costrette alla fuga da guerre, violenze e persecuzioni a livello globale sfiora i 118 milioni.
Se a ciò aggiungiamo le crisi ambientali, il rapporto Groundswell della Banca Mondiale stima che, entro il 2050, gli effetti del cambiamento climatico (siccità, carestie, innalzamento dei mari e dissesti idrogeologici) potrebbero creare fino a 216 milioni di migranti climatici interni, con l'Africa subsahariana tra le regioni più colpite.
I grandi spostamenti di popoli, come insegna la storia e come indica l’andamento demografico, non avvengono mai per scelta ricreativa o casuale, bensì come extrema ratio per garantire la propria sopravvivenza.
Purtroppo, di fronte a queste proiezioni, la comunità internazionale appare, ai miei occhi, come bloccata e senza azioni concrete che diano vantaggio alle collettività; così assistiamo a continue strumentalizzazioni politiche e/o all’arricchimento dei pochi, senza etica, peraltro, e senza scrupolo alcuno.
Lasciando sullo sfondo il piano dei Diritti Umani — che poi, in realtà, è il vero punto fondamentale per me —, la risposta pratica al fenomeno migratorio non può basarsi esclusivamente su misure contenitive, sulla militarizzazione delle frontiere o sull'uso della forza, perché si tratta di soluzioni del tutto inefficienti nel lungo periodo (oltre che inumane).
Occorrerebbe invece, e in maniera tempestiva, formulare una politica di cooperazione che vada alla radice del problema: un cambio di paradigma globale.
Su questo aspetto intravedo almeno tre elementi della questione.
Quanto costa la spesa militare a livello globale?
Ho dato uno sguardo ai numeri e mi sono spaventata.
Secondo i dati del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) è stata superata la soglia di 2.800 miliardi di dollari!
Siamo sicuri che non si possano stabilizzare le aree a rischio?
Nessuno dice che il capitale economico, la grande medusa dalle mille teste, ci debba rimettere: tutto sommato basterebbe riordinare i fondi verso una cooperazione orientata allo sviluppo mondiale e includente la transizione climatica.
E poi ancora, mi chiedo: quanti incentivi sono dati alle aziende che investono nell'economia reale dei Paesi in via di sviluppo?
Promuovere, a livello locale, i servizi, le infrastrutture, i trasferimenti tecnologici, i posti di lavoro e l’autonomia finanziaria potrebbe essere utile per le popolazioni locali, indispensabile per un’effettiva riduzione dei flussi migratori e vantaggioso per chi si adopera a farlo.
Infine (da idealista quale sono... mi interrogo spesso), siamo proprio sicuri che non sia possibile superare il modello estrattivo e porre fine allo sfruttamento asimmetrico delle risorse naturali?
Già soltanto il settore minerario africano potrebbe garantire in loco entrate fiscali e benessere sociale per i Paesi produttori.
So benissimo che lo sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano risulta molto più “efficace” per ottenere una ricchezza facile nel breve e medio termine. Nel lungo termine no.
Senza interventi strutturali volti a riequilibrare le filiere economiche globali, senza l’arresto del depauperamento dei territori più vulnerabili, la pressione migratoria continuerà ad aumentare ed essere la conseguenza inevitabile della disuguaglianza internazionale.
Siamo proprio certi che non si possa ipotizzare un altro modello di convivenza civile senza essere accusati di non capire quanto sia necessario alzare muri e costruire gabbie intorno a tutti noi?
Finché si finanzieranno le armi e si sfrutteranno le risorse del Sud del mondo, la risposta ai flussi migratori rimarrà fallimentare: è indispensabile e urgente riorientare gli investimenti verso lo sviluppo reale.
Resto sognatrice, ma scrivendo mi sento meno isolata nell’affermare il mio desiderio di mantenere l’Umanità.
Fonte dati
1 commento
Valutazione 0 stelle su 5.
Non ci sono ancora valutazioni









































Molto interessante